Cosa hai fatto ogni giorno per insegnare il bene, per insegnare l’amore

Oggi, forse, ho aggiunto un altro tassello importante nella ricerca introspettiva della mia ragione di vita, del mio “perché sono qui e ora”, dopo che qualche tempo fa ho finalmente riconosciuto a me stesso, e accettato con gioia, che la vera essenza di quello che mi rende vivo, che mi dona il sorriso, è aiutare le persone a migliorare la loro condizione. In qualunque ambito o situazione, esercitandomi e crescendo nella compassione, con un’accezione più buddista del termine, rispetto al significato latino. Senza la pretesa di aiutare solo “chi ne ha bisogno”, perché la disarmante e candida realtà è che tutti abbiamo bisogno di aiuto, e tutti ne meritiamo.

Ieri ho visto un tweet che parlava della Siria e di come, probabilmente, siano state usate armi chimiche sulla popolazione, con foto di bambini all’ospedale. Oggi leggo un altro post, e da li un altro ancora, ma dello scorso anno. Le immagini mi colpiscono con una forza devastate, sento il profondo bisogno di fermarmi e meditare per non lasciarmi scorrere addosso questa sensazione. Una sensazione che ha risucchiato in un lampo tutta la mia energia, mi ha lasciato grigio e senza sorriso, in un buco nero profondo come la tristezza, lo sconforto e la passiva accettazione negli occhi dei bambini delle foto. Svuotato del mio giallo.

Le facce di quei bambini mi fanno pensare a quella di Leonardo. Grazie a lui sto scoprendo quanto un bambino piccolo sia totalmente indifeso dalle azioni di altri e ne possa solo subire le conseguenze, con una tale capacità di accettazione solo perché ancora sta imparando come si vive. Quando gli succede qualcosa di inaspettato non si arrabbia, al massimo piange, cercando di apprendere e di normalizzare, di creare così la sua aspettativa su come funziona il mondo diventando, per emulazione, parte stessa di quel mondo a cui viene esposto. Essere così innocenti nell’approcciare la vita, così indifesi e in balia dell’ambiente che li circonda, così genuinamente aperti a qualunque cosa accada, mi fa spesso riflettere sulle implicazioni profonde e immense dell’avere la responsabilità sulla vita di qualcuno, sulla sua crescita. Nei loro occhi ho visto gli occhi di mio figlio e di tanti altri bambini che incontro in giro, e mi ha fatto male. Tanto male.

Le foto di una guerra, l’ennesima, che ha portato i bambini all’ospedale, i dottori che provano a ricucire cicatrici, fisiche e mentali, che sappiamo tutti non passeranno mai realmente. E dell’innocenza dei bambini a cui viene imposto tutto questo. C’è sempre un piccolo dubbio che mi rimane quando sento dire che “i civili non hanno colpa in una guerra”, perché in una visione più olistica magari anche il perpetrare una cultura che non ripudia completamente l’odio, ma lo supporta anche solo con quasi impercettibili sfumature giornaliere, può contribuire a portare la guerra all’uscio di casa. Magari, sottolineo ancora. Ma ora, da genitore, non ho il minimo dubbio che i bambini siano innocenti e che sia inequivocabilmente sbagliato e ingiusto esporli a questa forma di male, di dolore, di crudeltà. Anche, più banalmente, a piccole occasioni di non-amore: da quando vengono maltrattati per la noncuranza o egoismo di qualcuno (ancora ricordo la sera al pub con una mamma che aveva lasciato il bambino solo per almeno due ore, a giocare al tavolo con il telefono, mentre lei parlava al bancone con altre persone, e gli occhi tristi di quel bambino e di quante volte avesse chiesto di andare via o di andare a dormire), a quando li si sgrida per colpe che non hanno, ma che dipendono da nostri comportamenti o aspettative. Figuriamoci coprirne il corpo con del sangue, loro o di altre persone. Non hanno colpa di essere li, non hanno deciso, stanno semplicemente subendo le decisioni di altri.

E, durante la meditazione, ho realizzato con chiarezza due cose:  la prima è che non si può combattere per il bene, è un ossimoro. Ma si può provare a diffonderlo, ogni singolo giorno. E la seconda è che, pur non avendo ancora afferrato il “perché sono qui e ora”, nel frattempo voglio misurarlo sul cosa ho fatto ogni giorno per insegnare il bene, per insegnare l’amore. In attesa di arrivare a capire il senso stesso delle mia vita.

Non posso salvare tutti i bambini esposti alle guerre e alle occasioni di non-amore quotidiane. Ma insegnare è il cardine, è l’atteggiamento attivo potenzialmente in grado di portare un cambiamento. Senza, vincerebbe ciò che istintivamente siamo in termini evoluzionistici: esseri viventi con un forte individualismo che lottano per la loro sopravvivenza e supremazia. Un individualismo antitetico al nostro tendere a diventare esseri sociali. Individualismo che, alla fine, porta a bombardare i bambini con armi chimiche.

Per referenza, queste sono le tre foto, tra le molte presenti, che mi hanno colpito piu’ di tutte. I crediti vanno ai rispettivi fotografi (Sameer Al-doumy e Abd Doumany),

Condividere la connessione dati mobile con Wind

** Attenzione ** Questo è un post del 2014, e le offerte tariffarie elencate non esistono più da un bel po’ di tempo ormai. Rimane pubblicato solo per motivi storici

20141018-WindOpenInternetSto usando da un po’ una nuova offerta di connettivita’ dati in mobilita’ che, ancora una volta, porta Wind diverse spanne avanti rispetto ai concorrenti. La nuova Open Internet, infatti, mi ha permesso di risolvere un problema non banale che avevo: tablet e cellulare entrambi connessi alla Rete, senza pagare un doppio canone dati, uno per ogni SIM.

In pratica, sulla SIM dello smartphone ho abilitato l’opzione Open Internet (che si abbina a una delle varie tariffe voce e messaggi, non ne richiede nessuna specifica) e ho poi esteso Open Internet al numero della SIM che ho nel tablet tramite l’opzione di Condivisione Internet. In questo modo, il tablet naviga come se avesse la sua connessione dati sulla sua SIM, ma il traffico viene tutto conteggiato sulla SIM dello smartphone.

Sembra incredibile? E invece non e’ neanche finita: si possono associare fino a 4 SIM a quella dov’e’ abilitata Open Internet, sia dello stesso intestatario, sia di intestatari diversi. Quindi potrei far consumare il mio traffico dati ad un mio amico / parente / partner.

Prezzo esorbitante? Canone mensile per ogni SIM? Niente di tutto questo: Open Internet parte da un prezzo base di 9 euro al mese per 3 GB di traffico, e l’associazione costa 3 euro a SIM una tantum. Stop. In piu’, se 3 GB non sono abbastanza, si puo’ scegliere una soglia maggiore di traffico, 6 o 12 GB.

Nell’offerta, poi, tutti i soliti benefici della connettivita’ dati di Wind: riduzione della velocita’ di navigazione se si supera la soglia di traffico mensile, possibilita’ di teethering, nessun filtraggio del traffico VoIP (ma viene fatto, ad esempio, sul traffico Torrent).

Direi un bell’affare visto che, dopo piu’ di un mese di utilizzo, non sono ancora incappato in costi nascosti o prerequisiti-trabocchetto necessari a far funzionare tutto. Non mi pare altri operatori si avvicinino minimamente a questo rapporto offerta / servizio.

Intervista per la Droidcon Torino

Dato che non sono stati i primi a farmi queste domande, riporto un pezzo di intervista fatta per la Droidcon di Torino, il 6 e 7 Febbraio 2014. Magari sono riuscito a spiegare meglio il mio attuale lavoro e perche’ mi appassiona.

Ciao Alfredo, raccontaci qualcosa di te: dalla tua esperienza accademica a quella lavorativa.
Lo confesso, non sono un ingegnere. Ho iniziato a nutrire la mia passione per l’informatica dalla quarta elementare, quando i miei mi regalarono un computer, un glorioso Intel 8080. Finite le superiori, sono subito andato a lavorare come sviluppatore, laureandomi nel frattempo in Scienze della Comunicazione perché pensavo, e penso ancora, che la consapevolezza delle nostre abilità sociali e comunicative sia indispensabile nel bagaglio delle conoscenze che ognuno dovrebbe avere. In Google, poi, ho trovato il connubio ideale tra queste mie due inclinazioni. Tra le due, però, vince ancora la programmazione.

Siamo molto curiosi di sapere di cosa ti occupi in questo momento in Google: puoi parlarci brevemente delle tue mansioni?
Sono nel team Developer Relation, e il mio compito è rendere quanto più divertente possibile la vita degli sviluppatori italiani che usano le tecnologie dev di Google. Seguo le community sul territorio, organizzo eventi, faccio formazione nelle università, mi tengo aggiornato sul mondo delle startup nel nostro paese e cerco di far capire ai miei colleghi in America che anche l’Italia vale la loro considerazione e perché.

Com’è lavorare direttamente per il colosso di Mountain View? Data la tua vasta esperienza lavorativa, trovi ci siano differenze di mentalità rispetto alle aziende Italiane?
E’ bello sicuramente, ma impegnativo. Tutti sanno quanto Google tenga alla qualità del posto di lavoro dei propri dipendenti e questo, assieme a dei buoni colleghi e alla possibilità di lavorare su ciò di cui sono appassionato, non condiziona con inutili pesantezze la mia giornata, ma anzi! Di differenze ce ne sono, ma niente che non si possa importare e adattare al proprio contesto. Occorre però essere disposti a mettersi un po’ in gioco: tutta l’azienda, non solo una sua parte.

Che consiglio puoi dare a chi spera un giorno di poter entrare in una grande azienda all’avanguardia come Google che non segue l’innovazione, ma la crea?
Penso che in Google non si assumano persone per far fare loro qualcosa, ma piuttosto per farli continuare in quello che stanno già facendo con successo. Quindi mi sento di consigliare di credere nelle proprie passioni, quelle vere che costruiscono qualcosa d’innovativo, in qualunque campo. Di non pensare a cosa ci ferma, ma focalizzarsi al cosa invece ci aiuta ad andare nella direzione in cui ci vediamo proiettati e felici. Di essere il cambiamento che si vorrebbe vedere intorno a se’. Prima o poi, una Google arriva. E se non arriva, se ne può sempre creare una.

Ubuntu Touch su Galaxy Nexus, installazione e impressioni

Lock Screen

Lock Screen

Canonical ha annunciato una versione 1.0 del suo Ubuntu Touch per Ottobre, quindi perchè non provarla direttamente sul campo, per capire a che punto reale e’ lo sviluppo? Grazie quindi alla documentazione ufficiale, ho installato Ubuntu Touch su un Galaxy Nexus e ho iniziato a giocarci un po’.

 

Installazione

Il processo di installazione fila via liscio e senza intoppi (l’importanza di avere un bootloader sbloccato e’ sempre da apprezzare). La guida accompagna sia nell’installazione facile, con script che fa tutto da solo, sia nella “old way”, in cui prima si carica una recovery image tramite fastboot e poi, grazie a questa recovery, si carica il sistema.

Piccola nota, dato che avevo gia’ una recovery installata nel telefono (CWM): durante l’installazione mi e’ apparso il messaggio:
“ROM may flash stock recovery on boot. Fix? THIS CAN NOT BE UNDONE.”
Seguendo quanto detto qui, ho risposto no e sono andato avanti. Primo boot del sistema, emozione.

 

Configurazione di base del sistema

Ho subito fatto un bell’aggiornamento del sistema. Siccome sono un purista, mi sono collegato dal mio pc con adb shell e poi ho lanciato un classico
# apt-get update && apt-get dist-upgrade -y
Se non si vuole usare un pc, basta lanciare gli stessi comandi dall’app Terminal del device, preceduti da sudo (pwd phablet).

In teoria ci sono un paio di applicazioni per gestire l’aggioramento del sistema, System Settings -> Updates, oppure l’app updatemanager, ma in nessun caso mi hanno dato nuovi aggiornamenti presenti, mentre apt-get mi dava pletore di nuovi pacchetti. L’aggiornamento OTA e’ supportato, ma magari vengono rilasciati solo snapshot piu’ stabili del sistema, non so.

In System Settings -> Accounts ho inserito i miei account Twitter, Facebook e Google. Adesso Friends e’ in grado di mostrare il mio stream Twitter e Facebook, le foto possono essere condivise su Facebook direttamente dalla Gallery, ma purtroppo, se lancio l’app di Facebook o Twitter o Gmail, devo inserire nuovamente i miei dati nello schermo di login. Anche le notifiche di nuove email in Gmail non ci sono.

Manca ancora un’app per  sincronizzare i contatti del device con quelli di un qualunque servizio cloud. Per fortuna, grazie a SyncEvolution e con un po’ di sana riga di comando, e’ comunque possibile gestire la sicronizzazione per i servizi da questo supportati. Nel mio caso, avendo tutto nel cloud di Google, si e’ trattato di semplici passi. Dal terminale del dispositivo (o adb shell):
sudo apt-get install syncevolution
su – phablet
syncevolution –configure –sync-property “username=email@gmail.com” –sync-property “password=secret” Google_Contacts
syncevolution –sync one-way-from-server Google_Contacts addressbook
Purtroppo vengono importati 50 contatti alla volta, ma basta eseguire l’ultima riga piu’ e piu’ volte fino a quando tutti i contatti presenti sul server sono stati importati nel dispositivo. La modalita’ one-way-from-server copia i contatti dal cloud al vostro dispositivo, ma esiste anche un modo per tenerli sincronizzati bidirezionalmente. Personalmente, dato lo stato ancora sperimentale del tutto, ho deciso di eseguire sporadicamente una one-way-from-server, in modo da non rischiare di corrompere i dati nel cloud.

 

Installazione altre applicazioni e rifiniture varie

Si possono anche installare alcune applicazioni addizionali (non core) che sono presenti nel Collection PPA, seguendo la guida Ubuntu Touch apps. Sempre dal terminale del telefono digitare:
sudo add-apt-repository ppa:ubuntu-touch-coreapps-drivers/collection
sudo apt-get update
e poi installare le app desiderate, come ad esempio
sudo apt-get install xkcd-viewer

Risorse utili per rimanere aggiornati: la community ufficiale del progetto e alcuni blog come The Raving Rick, I me mine, Stephane Graber’s website, NotYetThere.org, Popey.com,

 

Impressioni finali

Il lavoro svolto dal team di Ubuntu Touch e’ fin qui monumentale. Se ripenso alle prime discussioni sull’interfaccia, alle core-app gia’ disponibili, alla velocita’ con cui il progetto si sta evolveno, non posso che stupirmi davanti a Canonical e alla community, per essersi imbarcata in un’impresa cosi’ complessa e per portarla avanti con cosi’ tanta energia e determinazione. Vi stimo davvero! Purtroppo pero’, dopo qualche giorno di utilizzo, penso che Ubuntu Touch non sia ancora un sistema operativo pronto per avere una versione 1.0 nel giro di un mese (e neanche 2 o 3, a dirla tutta).

Ci sono molte, troppe,  cose ancora da sistemare: innanzitutto la stabilita’ del sistema e’ una chimera: se lancio qualche app, inevitabilmente devo eseguire un reset dopo un po’ visto che mi si blocca tutto. Anche la responsivita’ dell’interfaccia e’ accettabile solo per poco tempo dopo il reset. Aspettiamo con ansia che il merge tra Mir e Unity 8 e altre sostanziose ottimizzazioni migliorino le cose. Tra l’altro lo sto provando su un Galaxy Nexus, quindi neanche l’ultimo dei terminali in quanto a performance. Di sicuro su un Nexus 4 andrebbe meglio, ma questo fuga ogni dubbio che Ubuntu Touch possa essere un sistema operativo per device low/mid-end, almeno allo stato attuale.

C’e’ poi il fattore delle applicazioni, cruciale per il successo di ogni sistema operativo: le core-app offerte sono carine, ma poche e lungi dall’essere complete e pienamente usabili.  Senza contare la mancanza di applicazioni complementari a quelle di sistema ad un mese dal lancio. Questi fattori, sempre secondo me, non rendono la piattaforma appetibile, forse, neanche ai geek piu’ smaliziati. Certo, tutti i siti web ottimizzati per mobile possono essere considerati “first class citizen” di Ubuntu Touch, ma ad oggi sono davvero pochi quei servizi che hanno un sito web performate e usabile al pari un’app nativa per Android, iOS o Windows Phone. Senza contare che, con questo paradigma, la fruzione del servizio offline deve essere gestita dal sito stesso, e sinceramente non so qual’e’ il livello di supporto offerto dal browser della piattaforma, o quanto in profondita’ sia affrontato questo scenario dalle specifiche HTML5.

In definitiva, ancora tifo per vedere Ubuntu Touch come sistema operativo sul mio secondo telefono (il primato va ad Android, inutile dirlo), ma ci riprovero’ tra qualche mese. Purtroppo all’oggi rischio addirittura di perdere le telefonate, dato un sistema cosi’ instabile (prove fatte, ve l’assicuro). Nonostante tutto, Go Canonical, go, io aspetto fiducioso ancora un po’!

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Un altro hackathon, un’altra bella esperienza da ricordare

HackItaly 2013“Se ci sono cose che senti come parte di te, e’ inutile combatterle o reprimerle, piuttosto dai loro corso, e troverai la felicita’”. Con questa autocitazione d’altri tempi in mente, dopo una pausa forzata durata quasi due anni, ho deciso che era il momento di sporcarsi nuovamente mani e piedi con il codice, perdere un bel po’ di ore di sonno, pensare a come realizzare un’idea infattibile in un tempo improponibile. E via, macchiva direzione HackItaly Camp.

Nessuna cronaca dell’evento, ma solo alcune considerazioni di varia natura.

La prima: perche’ lo fai? Questa e’ facile: perche’ abbiamo l’obbligo morale di vivere quanto piu’ possibile nel nostro stato di flow. E quando codo durante un hackathon, a me capita proprio questo. Totalmente perso nell’idea da implementare, irrimediabilmente assorbito nella bolla che l’evento crea per le 7/10/12/24 ore della sua durata, appassionatamente immerso in pensieri creativi. Avere gia’ chiaro quello che ti aspetta mentre le tue mani danzano, quasi da sole, su quello che stai ancora facendo. Solo possibilita’, qualche problema da risolvere che separa da queste, e la piu’ completa, disinteressata e coinvolgente gioa del fare. Fallire, perche’ tra la fretta, la stanchezza, i cambi di luna e le distrazioni, di errori ne fai tanti. Ma poco importa, perche’ si va ad un hackathon per immaginare, per creare, per divertirsi. Materia creativa allo stato grezzo, di colore bianco puro: tutto dipende dalle tue decisioni e dalle tue capacita’. E’ una delle piu’ belle palestre per crescere nella consapevolezza dei propri limiti.

La seconda: con chi lo fai? Con chi so capace di condividere questo tipo di approccio. Se poi sono amici di lunga data o ragazzi conosciuti sul momento, poco importa. La bella cosa dei dev, quelli veri, e’ che non fanno distinzioni di titoli, stato sociale, ruolo sul lavoro o esperienza. Se vedi che anche l’altro (o l’altra) ha quello sguardo furbetto di chi sa titillarsi nello sperimentare, compiacersi di aver fatto una cosa nuova sbattendo e risbattendoci il muso, preso dalla tecnologia e dalla voglia di metterci su le mani (se riconosci in lui, insomma, alcuni tratti tipici dell’essere nerd), tanto basta per essere subito amici.

La terza: come potresti farlo meglio? Come per ogni cosa, c’e’ sempre spazio per migliorare. Grande cruccio di questi hackathon cosi’ grandi (saremmo stati in pocomeno di 300) e’ la gestire della fase di presentazione di quanto realizzato. Pitch di 1/2 minuti, per rimanere nell’oretta e mezzo di tempo, purtroppo spesso vanificano le 24 ore di lavoro, possono banalizzare le cose fatte dai team e diluiscono la passione e lo sforzo che ci sono voluti per ottenerle. Vero che l’importante di un hackathon non e’ vincere, ma divertirsi, pero’ la condivisione del proprio hack rimane un tassello fondamentale di quel divertimento, almeno per me. Perche’ insegno qualcosa, perche’ imparo moltissimo dagli altri. E ancora non sono riuscito a trovare una buona soluzione di compromesso, anche negli eventi che ho realizzato io stesso, Android University Hackathon compreso.

Inoltre, proprio perche’ creare il tuo hack ti assorbe cosi’ tanto, c’e’ il rischio di chiudersi in un ermetismo da sviluppo. Per ovviare a questo problema, oltre ad organizzare attivita’ sociali durante l’evento (cena ed altro), si potrebbero anche dare dei “punti socialita’” ai team che si impegnano, in qualunque modo, a rendere l’intero evento piu’ social, piu’ condiviso.

La quarta: cosa ti riporti a casa? Ovviamente del gran divertimento, nuove avventure condivise con i miei amici, le riflessioni fatte fino ad ora e il fatto che la multidisciplinarita’ che scaturisce dal contatto con gli altri e la voglia di buttarsi vincono sempre. Perche’ un hackathon, alla fine, questo ti insegna: essere dannatamente focalizzati verso un’obiettivo creativo, con il sorriso pero’ sulle labbra, assieme ad altre persone. Grazie a FrancescaPaolo, Marco per questa avventura 🙂

Ubuntu Phone sul mio Nexus 7

Ubuntu-PhoneLa tentazione di provare Ubuntu Phone era forte e, complice una serata libera, mi sono lanciato nell’impresa sfruttando il Nexus7 su cui stavo gia’ sperimentando Ubuntu per Nexus7. Istruzioni della wiki ufficiale alla mano, la procedura sembrava semplice e lineare.

Ho seguito i passi indicati, tutto liscio compreso il device unlock, ed e’ quindi toccato al successivo comando:
phablet-flash -b
che si e’ miseramente interrotto facendomi notare che nessun device era riconosciuto. Dal log di errore ho scoperto subito il problema: viene eseguito il comando adb, ma purtroppo il mio device aveva gia’ installata una Ubuntu per Nexus7, quindi per adb e’ come se non esistesse.

Ho dato un’occhiata allo script che viene lanciato per l’installazione, ovvero phablet-flash
type phablet-flash -> phablet-flash is /usr/bin/phablet-flash
gedit /usr/bin/phablet-flash

e ho visto  che adb viene lanciato all’inizio per fare il riconoscimento automatico del device. Scartabellando nel codice, ho trovato che e’ possibile saltare questa fase specificando il paramentro, -d o –device, seguito dal nome del tipo di device sul quale si vuole installare Ubuntu Phone. Dalla pagina della wiki ho visto che il Nexus7 corrisponde al codice “grouper”, e quindi stavolta ho lanciato:
phablet-flash -d grouper -b
Le cose sono andate un filino meglio, mi ha scaricato tutti i file necessari, ma appena finito il download e’ arrivato un nuovo errore “Error while excetuting adb shell df“. Male 😦

Sempre esplorando lo script, ho notato che viene fatto un controllo per verificare se c’e’ abbastanza spazio sul device prima di copiarci i file necessari ad Ubuntu. Ho rimosso questo controllo commentando la linea validate_device(adb) e di nuovo lanciato:
phablet-flash -d grouper -b
Altro giro, altro errore: “Pushing /home/rainbowbreeze/Downloads/phablet-flash/95/quantal-preinstalled-phablet-armhf.zip to /sdcard/autodeploy.zip“.

Altro giro di analisi per scoprire che adb viene chiamato per copiare questo file nel device. Ho quindi modificato lo script commentando la riga push_for_autodeploy(adb, download_mgr.files[settings.ubuntu_image]), responsabile di questo errore, conscio pero’ del fatto che stavolta stavo tralasciando qualcosa di importante. Ho anche notato che nel metodo bootstrap, chiamato subito dopo, adb viene invocato nuovamente per riavviare il device in modalita’ bootloader.  Ho commentato anche la riga adb.reboot(bootloader=True) in questo metodo, ho riavviato a mano il device in modalita’ bootloader (volume up e down spinti mentre si preme il tasto power)  e ho e rilanciato nuovamente lo script:
phablet-flash -d grouper -b
Stavolta almeno lo script e’ riuscito ad installare una recovery ed ad avviarla (la buona vecchia ClockworkMod recovery). Ovviamente poi si e’ fermato tutto a causa del commento messo alla riga push_for_autodeploy ma, sorpresa, all’interno della CWM stavolta adb c’e’ e funziona!!!

Lasciando il dispositivo sulla CWM Recovery, ho decommentato le 2 righe che avevo appena commentato (push_for_autodeployadb.reboot) e lanciato nuovamente il comando:
phablet-flash -d grouper -b
Bingo, robottino verde che indica che una nuova immagine sta venendo flashata nel sistema. Ancora un po’ di attesa ma finalmente sono pronto a giocare un po’ con Ubuntu Phone…

E invece, ho solo ottenuto continui riavvii del dispositivo che non va mai oltre la scritta Google che compare appena acceso! #fail 😦

Update 19/03: Siccome sono testardo, non mi sono arreso e ho deciso di fare tutte le cose pulite ripartendo da zero. Per questo ho scaricato la factory image di Android per il mio Nexus 7 (nakasi) e l’ho installata sul dispositivo (istruzioni qui, sezione Returning your Nexus 7 to stock Android). Una volta riavviato il disposito con Android, ho eseguito di nuovo la procedura per l’installazione di Ubuntu Phone e stavolta tutto e’ andato liscio. Comincia la sperimentazione! 🙂

Postepay e quel vizietto di contattare servizi in background

Update 17:30: ho modificato il precedente titolo “Postepay e quel vizietto di contattare server di terze parti” in quanto, finche’ non si fa dello sniffing, non e’ possibile sapere a chi e’ destinato il traffico. Il bello e’ che lo avevo scritto anche nei commenti, ma mi era sfuggito il titolo ed e’ rimasto cosi’ quando l’ho pubblicato ^_^ Ribadisco, ho rimosso l’app perche’ effettuava delle chiamate in background pur non essendo stata avviata e senza un motivo apparente. Grazie ai ragazzi di 01tribe per avermi fatto notare la svista.
———————–

Stavo facendo un po’ sano di debug di una mia app Android quando,casualmente, mi cade l’occhio su queste stringhe nella shell con l’output di adb logcat:

D/dalvikvm(27834): GC_CONCURRENT freed 429K, 6% free 8894K/9412K, paused 26ms+47ms, total 115ms
D/kM      (27834): =============================== RESPONSE START ================================
D/kM      (27834): 
D/kM      (27834): 
D/kM      (27834):     
D/kM      (27834):         
D/kM      (27834):             999
D/kM      (27834):             Non e' stato possibile verificare la disponibilita' dei servizi
D/kM      (27834):         
D/kM      (27834):         791654851
D/kM      (27834):     
D/kM      (27834):     
D/kM      (27834): 
D/kM      (27834): ================================ RESPONSE END ================================
I/System.out(27834): 
I/System.out(27834): 
I/System.out(27834):     
I/System.out(27834):         
I/System.out(27834):             999
I/System.out(27834):             Non e' stato possibile verificare la disponibilita' dei servizi
I/System.out(27834):         
I/System.out(27834):         791654851
I/System.out(27834):     
I/System.out(27834):     
I/System.out(27834): 
D/EXPIRED (27834): 
D/EXPIRED (27834): 
D/EXPIRED (27834):     
D/EXPIRED (27834):         
D/EXPIRED (27834):             999
D/EXPIRED (27834):             Non e' stato possibile verificare la disponibilita' dei servizi
D/EXPIRED (27834):         
D/EXPIRED (27834):         791654851
D/EXPIRED (27834):     
D/EXPIRED (27834):     
D/EXPIRED (27834): 
D/fB      (27834): Siamo spiacenti. Non è stato possibile effettuare l'operazione richiesta. Si prega di riprovare più tardi

Mmmm, insospettito da un messaggio del genere, inizio a chiedermi cosa possa averlo generato e, scorrendo il log, trovo poco sopra quest’altro messaggio:

D/kM      (27834): +++++++++++++++++++++++++++++++ REQUEST START +++++++++++++++++++++++++++++++
D/kM      (27834):

  
    791654851
    mobile
    appCheckPublicWorkflow
    ActionAppCheck
    Android
    it
    IT
  
  
    
      postepay
      1.2.3
    
  

D/kM      (27834): ++++++++++++++++++++++++++++++++ REQUEST END ++++++++++++++++++++++++++++++++

Postepay app on Android E scopro che l’artefice di tutto questo e’ l’applicazione Postepay, realizzata da 01tribe.

Ora, de gustibus, ma a me app che mandano richieste in background a servizi senza dirmi niente, senza essere in esecuzione e che richiedono permessi anche un po’ sospetti (tipo Phone calls, Your social information) anche se poi vengono tutti usati legittimamente dentro l’app, a me queste app mi provocano una reazione immediata: disinstallazione.

Certo, potrei controllare con uno sniffer il traffico realmente scambiato (ammesso di riuscire a riprodurre questa situazione) e verificare che sia innocuo per la mia privacy, ma in questo momento ho altro da fare, quindi bye bye Postepay, io ho installato la tua app, non capisco perche’ devi contattare server di un sito di cui non so niente in background. E per fare cosa poi?